lunedì 23 gennaio 2017

Piccoli aggiornamenti motherni

E adesso un po' di leggerezza...
E chi meglio dei miei produttori di risate potrebbe regalarvela?
Lo so, lo so, non ve ne parlo da moltissimo tempo, qualcuno forse non sa nemmeno di chi sto parlando.
Ma i miei visitatori, che spesso invocano con nostalgia le pagine del mio diario, sanno bene a chi mi rifersico poichè, diciamocela tutta,  sono i veri idoli di queste pagine; quei quasi '500 "mi piace" sulla pagina Facebook sono solo ufficialmente per me, ma in realtà sono destinati a loro.
Ma andiamo per ordine. Cronologico.
Luca, il piccolo filosofo, compirà a breve 9 anni, per cui vi lascio immaginare a quali punti di estrema elucubrazione si spinga adesso la sua mente, già pericolosamente astratta a soli due anni.
Una delle sue recenti specializzazioni è l'ironia, ereditata da vari ceppi genetici tra cui, fortissimi e influenti, quelli paterni e quelli riconducibili allo zio di Milano.
Si tratta sempre più di un'ironia sottile e spesso ben studiata, di quelle che pochi possono afferrare, di quelle per le quali, presto, potrà rivendicare diritti autoriali o piangere disastri diplomatici.
Ironia che lo porta a inventare barzellette (ambito in via di perfezionamento) come a firmare una richiesta di caffè pomeridiano a nome Sergio Mattarella.
La sua voglia di esprimersi, da circa un anno e mezzo, cerca anche la strada della musica, per cui allieta le nostre orecchie con le prime, assolutamente deliziose, esercitazioni al violino (saranno pianti e stridore di denti...).
Sara ha invece appena raggiunto i 7 anni e affina sempre più la sua furbizia e le sue doti da superdonna. Desiderando aggiungere tasselli alla somiglianza con il padre, è particolarmente portata per la matematica, tanto da affermare con convinzione di avere una mente scientifica (parole sue!). La sua richiesta di caffeina, meno letteraria e prosastica di quella del fratello, si traduce in un test a risposta multipla, in cui chiede al padre di barrare con una X la risposta alla domanda: Vuoi dare il caffè a Sara? Metti una X su Sì, oppure No.
Legge con espressione e pathos qualsiasi cosa, anche la lista della spesa e disarmando ogni desiderio genitoriale di autorevolezza, riesce a sfoderare il labbruccio implorevole in ogni circostanza, consapevole di quanto sia irresistibile per noi. Anche lei desiderosa di affermare la sua discendenza genetica dallo zio e dal nonno, sta sviluppando un invidiabile occhio fotografico, riuscendo a  produrre bellissimi scatti che presto vi mostrerò.
Adesso vi lascio, per evitare che a breve mi arrivi una richiesta di cena firmata da Trump o un quesito a risposta multipla del tipo: "Pensi di sfamare la tua famiglia in qualche modo?".
Non prima, però, di avervi rassicurato che il caffè pomeridiano da loro richiesto, si traduce in una tazza di acqua e zucchero, colorata da un goccio di caffè... 
Così, giusto per precisare...

Sola con te in un futuro Aprile

Leggere è un po' come vivere una storia che non ci appartiene, ma ci avvolge al punto da farci sentire parte di essa.
Questo è quello che ho provato leggendo il libro di Margherita Asta e Michela Gargiulo, Sola con te in un futuro Aprile (ed. Fandango).
Ho sentito le  emozioni di Margherita entrare nelle mie, confondersi con esse, sono stata con lei bambina, figlia, donna. Ho sentito dentro di me i brividi di una madre la cui vita esplode, in un attimo, insieme a quella dei propri piccoli di appena sei anni. Sono stata con Margherita adolescente indignata, alla ricerca costante di una verità che, capricciosa e dispettosa, non permetteva di essere rivelata. 
Margherita Asta, il 2 Aprile del 1985, è una bambina di appena dieci anni. Al ritorno da una banalissima giornata di scuola, è costretta a scontrarsi con una realtà difficile da comprendere, impossibile da accettare.

« ... "C'é stato un incidente"
[...]
Il tempo della mia mamma è finito, è finito il tempo dei miei fratelli. E in questo istante è finito per sempre il tempo di me bambina. Con questo dolore troppo grande che non ha avuto rispetto per i miei dieci anni» (pag. 28)

Un incidente...
Col tempo scoprirà che l'utilitaria della madre (in cui avrebbe dovuto esserci anche lei), per un'assurda concidenza, si era trovata nel mezzo tra un'autobomba carica di tritolo e la macchina di un giudice, reale bersaglio di un maldestro attentato di mafia.
Il nome di quel giudice sopravvissuto per sbaglio si incide nella memoria di Margherita come un marchio a fuoco: Carlo Palermo, colpevole della morte della madre e dei suoi fratelli, vivo al posto loro.
Margherita però non si accontenta di questa mezza verità, a lei non basta addossare la colpa a un uomo di cui conosce solo il nome. Lei vuole sapere, conoscere, dare nomi e volti ai veri responsabili della tragedia. Il suo «diario non è gonfio di stikers e adesivi scintillanti. [...] ... è una cartellina azzura» in cui custodisce «le pagine dei giornali, le più importanti, dopo averli letti di nascosto sotto il banco o durante l'intervallo» (pag. 163).
In questo modo riesce a ricostruire i fatti, a dare un volto a quel giudice sconosciuto, a ricostruirne la storia, così inaspettamente e assurdamente intrecciata con la sua; col tempo comprenderà che l'uomo che aveva sempre considerato colpevole, è esso stesso vittima della mafia: con la sua vita blindata irrispettosa delle piccole libertà quotidiane, con la solitudine della separazione che lo ha costretto a perdersi l'infanzia delle  figlie, con i contraccolpi emotivi e fisici di quell'esplosione, che lo ha reso, suo malgrado, ladro di vite innocenti.
Il romanzo rende con molta chiarezza questo intreccio di vite, che a causa di  una tragica fatalità, sono costrette a incontrarsi nel dolore e nella rabbia, ma anche nella costruzione di un obiettivo comune: la ricerca della verità e il desiderio di rendere giustizia a tre vite innocenti.
Giustizia che troverà compimento solo a distanza di quasi vent'anni, con un processo nel quale Margherita accetta di costituirsi parte civile, affiancata dall'avvocato Giuseppe Gandolfo, allora coordinatore provinciale, per Trapani, di Libera, associazione contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti nel 1995.
Questo incontro segna un'altra grande svolta nella vita di Margherita che accetta di collaborare attivamente con l'associazione, rendendo testimonianza della propria storia in ogni parte d'Italia.

«...ho capito che  sono rimasta viva anche per raccontare la storia di mia madre e i miei fratelli e che in questo modo posso dare un senso alla loro morte. Mi ha fatto capire che posso smettere di essere una vittima per diventare una testimone di giustizia»(pag. 216)

Ma in realtà vittima, Margherita, non lo è mai stata veramente, non ha mai concesso alle sofferenze della sua vita di annientarla. Di questa donna mi ha colpito soprattutto la capacità di trasformare ogni ostacolo in un punto da cui ripartire, ogni sofferenza in ulteriore motivo per mostrare coraggio. Lo ha dimostrato accogliendo nella sua vita la nuova compagna del padre, nella quale ha visto, sin dall'inizio, una risorsa, piuttosto che uno scandalo. Lo ha dimostrato spedendosi per rimettere in sesto le finanze della famiglia dopo la morte, anch'essa prematura, del padre. Lo dimostra ancora adesso, continuando a lottare per se e altre vittime di mafia, attraverso Libera.
Ai ragazzi a cui ho letto questo testo per Libriamoci, ho chiesto di portare con sè questi due messaggi che a mio parere il libro riesce a trasmettere.
Il primo è che in ogni vita, anche la più complessa e sofferta, c'è sempre spazio per la speranza che richiede solo occhi capaci di scorgerne i germogli.
Il secondo, di cui tutti dovremmo fare tesoro, è  che nessuno può permettersi di dire "La mafia non mi riguarda", perchè il suo male agisce nel territorio in cui viviamo, irrispettoso della libertà e della vita di persone innocenti.  La mafia, inoltre, ci riguarda in quanto cittadini, in possesso di una  grande responsabilità: seminare germogli di legalità nel rispetto delle norme e, soprattuto, della dignità umana.

sabato 21 gennaio 2017

Libriamoci a scuola: tra passione per la lettura e semi di legalità

Fonte: Libriamoci ascuola
«Sono convinto, perchè l'ho visto migliaia di volte, che la buona letteratura, adeguatamente proposta ai ragazzi, crea sempre [...] un orizzonte di attesa, un'aspettativa di avventura. Un inizio di viaggio dentro di sé. È un grande spettacolo. Una delle cinque sei cose per cui vale la pena campare. E allora liberiamola». (Carlo Rondoni, Contro la letteratura. Poeti e scrittori, una strage quotidiana a scuola, Il Saggiatore, Milano, 2010, p. 20).
Liberare la letteratura dagli schemi convenzionali, trasformare gli studenti di letteratura in appassionati lettori è, a mio parere,  una delle sfide più grandi a cui la scuola non dovrebbe mai rinunciare.
Libriamoci a scuola offre molte opportunità in questa direzione, poichè, come si autodefinisce, è «un blog con l’aspetto di un portale, dedicato a insegnanti, associazioni, bibliotecari, librai, editori, educatori, operatori culturali che siano interessati alla promozione della lettura nei confronti di un pubblico più ampio possibile, con un’attenzione particolare verso bambini e bambine, ragazzi e ragazze».
Tra le tante iniziative, vi segnalo quella a cui, per caso, o forse per fortuna, sono stata direttamente coinvolta. Si tratta di una serie di giornate dedicate alla lettura ad alta voce nelle scuole di ogni ordine e grado (iniziativa promossa dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) attraverso la Direzione Generale per lo Studente e dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MiBACT), con il Centro per il libro e la lettura).
Come suggerito da un'amica, mi sono candidata nel ruolo di lettrice volontaria direttamente sul portale di Libriamoci, attendendo che dalla segreteria mi assegnassero una scuola del mio territorio che avesse fatto espressamente richiesta di un lettore.
Mi sono state quindi assegnate due scuole, una delle quali (l'Istituto Comprensivo Filippo Traina) è riuscita a coinvolgere nel progetto tutte le classi quinte della scuola primaria, e tutte le classi seconde della secondaria di primo grado, grazie alla tenacia e alla passione della coordinatrice che ha creduto fino in fondo nel progetto (al punto da accettare di posticipare la settimana della lettura da ottobre a gennaio!). 
La tematica scelta da entrambe le scuole è stata quella della legalità, motivo per cui la semplice lettura di un testo si è trasformata in occasione di confronto e di conoscenza nell'ottica di quell' opera di prevenzione culturale  contro la criminalità e le mafie che deve partire, senza dubbio, dalle scuole.
Questi i testi scelti, da proporre assolutamente a bambini e adulti:
-Luigi Garlando, Per questo mi chiamo Giovanni, Fabbri, 2004), storia di un genitore che racconta e spiega la mafia al proprio figlio di dieci anni;
-Andrea Gentile, Volevo nascere vento. Storia di Rita che sfidò la mafia con Paolo Borsellino, Mondadori, 2012, romanzo incentrato sulla vicenda di Rita Atria, una ragazzina che, sfidando la propria stessa famiglia, decise di diventare testimone di giustizia, collaborando con il magistrato Paolo Borsellino, la cui morte, però, la scoraggiò al punto da spingerla a compiere un gesto estremo, a una sola settimana di distanza dal 19 luglio 1992 (giorno della strage di via D'Amelio); 
-Margherita Asta-Michela Gargiulo, Sola con te in un futuro Aprile, Fandango, 2015, testo di cui non voglio anticipare nulla poichè  merita una riflessione a parte che, prometto solennemente, non arriverà fra sei mesi!
Nel frattempo, vi lascio con un pensiero che i ragazzi del Filippo Traina mi hanno rivolto, dimostrazione del fatto che, come dice Rondoni, la buona letturatura rappresenta per tutti  un inizio di viaggio dentro di sè

«I libri rendono migliore il cammino della vita. Grazie per aver migliorato il nostro cammino».
Il mio, di certo, ne ha giovato parecchio!



sabato 25 giugno 2016

La mafia uccide solo d'estate

https://likemimagazine.com/2013/12/03/pif-dalla-tv-al-cinema/
Foto tratta da  LikeMiMagazine
Ieri sera, per la prima volta, sono riuscita a vedere per intero un film che avevo sempre interrotto a metà: La mafia uccide solo d'estate, scritto, diretto e interpretato da Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif).
Il film, ambientato nel ventennio 1970/1990, racconta in prima persona la storia di Arturo, un ragazzino palermitano la cui vita, sin dalla nascita, si intreccia inconsapelvomente con quella della mafia, padrona indiscussa dela cronaca nera siciliana di quegli anni. 
La sua storia è quella di centinaia, migliaia di ragazzini, ignari personaggi di una sceneggiatura macabra, intinta di sangue e odio, retta da protagonisti in grado di guidare l'azione solo attraverso l'intimidazione e la violenza.
Scrivo di questo film perchè mi ha colpito in maniera inaspettata, è riuscito a farmi piangere fino quasi a singhiozzare, pur essendo amaramente ironico, pur utilizzando un registro apparentemente comico.
Ho pianto di dolore, ma molto più di rabbia, conosciuta solo a chi, come me, vive questa Sicilia devastata dalla mafia, che prolifera spesso non solo negli atti gravi e incresciosi che fanno notizia, ma anche negli atteggiamenti, nell'altezzosità, nei modo di fare e di essere di alcuni. 
Alcuni ... che agli occhi del mondo spesso diventano tutti, annullando la dignità e il valore umano e morale della gente siciliana. 
La mia rabbia e il mio pianto sono esplosi infatti di fronte a una scena in cui si intrecciano magistralmente immagini reali di repertorio, con quadri della finzione cinematografica.
Funerale di Borsellino: la gente di Palermo piange, urla e protesta contro le forze dell'ordine che tentano di tenerla fuori dalla cerimonia funebre, per questioni di sicurezza...
Mi ha colpito quella gente che non accetta di essere tenuta fuori, che pretende di entrare per sfogare quel dolore che le appartiene, di cui è non solo spettatrice ma vittima principale. La gente scavalca i muri sfidando i cancelli chiusi, perchè vuole onorare la vita (prima che la morte) di quegli uomini, eroi senza poteri soprannaturali che hanno fatto della propria professione una missione, che hanno convissuto quotidianamente con la paura perchè questa non rovinasse la vita di tutti gli altri.
Quella gente siamo noi, figli di una terra che va difesa e amata, anche a costo di scalvacare i muri dell'arroganza e del falso potere, dell'illegalità e dell'accondiscendenza.
Il film si conclude infine con una scena altrettanto eloquente e significativa: il ragazzino, cresciuto e diventato a  sua volta padre, mostra al proprio figlio i nomi e lo storie di quegli uomini presentandoglieli, senza troppi giri di parole, come straordinari esempi di eroismo. 
E mi piace pensare a questa scena come ad  un invito rivolto a tutti i genitori, gli insegnanti, le istituzioni educative, affinchè facciano dell'educazione alla legalità l'arma principale contro  la mafia che, purtroppo, continua a uccidere in tutte le stagioni.