sabato 25 febbraio 2017

L'amore non fa differenza

Un istante prezioso dell'amore di Dario e Jonathan
Provo a dire la mia....
Non è semplice prendere una posizione nei confronti di un argomento così delicato, così aperto a mille interpretazioni in cui si mescolano principi assoluti e sentimenti particolari.
Negli ultimi anni l'omosessualità è diventata argomento di discussione, oggetto di studi e teorie, motivo di scontro tra fazioni, come se si potesse teorizzare l'amore, come se si trattasse di una nozione scientifica e se ne potessero sperimentare i principi  in laboratorio.
L'amore è quanto di più complesso possa esistere al mondo, è un sentimento che non si può interpretare. Diversamente   non troverebbero ragione milioni di coppie strampalate, in cui la bellezza di una fa a pugni con l'estetica discutibile dell'altro o viceversa, dove il sentimento supera ogni disparità di razza, cultura e provenienza sociale.
La mia idea, certamente non definita, ma costruita su una ricerca costante,  nasce da quello che ho letto, da quello che ho potuto estrapolare dai pensieri e dalle parole di chi, con un semplice post su facebok o con uno o più articoli sul proprio blog, ha espresso la propria opinione su questo argomento, talmente delicato e talmente di confine che difficilmente si può stabilire da che parte stare. Ho cercato di leggere e valutare opinioni contrastanti, prestando ascolto alle motivazioni di chi ha scatenato quella che sembra una guerra contro nuovi imprecisati mostri e chi si pone "dall'altra parte della barricata", senza tralasciare, naturalmente, coloro che hanno tentato, e tentano tuttora, di distruggere quella barricata e far comprendere agli uni e agli altri che la strada da seguire è quella della mediazione, della comprensione, dell'ascolto reciproco.
Ovviamente e inevitabilmente, ciò che ho letto si cuce addosso al mio abito personale, fatto di contenuti sociali, morali e culturali e si aggiunge anche alla mia fede cattolica che fa parte di me e mi accompagna nelle scelte quotidiane.
Alla luce di questo, il richiamo a difendere la famiglia ha attirato la mia attenzione poichè in essa fondo la mia principale scelta di vita, e credo che sia la più importante fonte di energia e di ordine (anche se difficile e complicato) nella crescita di ogni individuo.
Il mio primo istinto, quindi, è stato quindi quello di pormi dalla parte di chi sfodera spade sociali e culturali in difesa della famiglia normale, contro tutto e contro tutti.
Non avendo più quattordici anni, però, ho frenato il mio istinto e ho deciso di capire, di provare a decentrarmi e a cambiare prospettiva.
Il risultato è una serie di mie riflessioni, del tutto personali, che si fondano su alcuni principi che per me continuano ad avere il sapore di principi universali e sui quali non riesco a transigere, e su altri che, a mio parere, devono essere sempre elaborati in maniera particolare, ponendoli in relazione con la situazione specifica, il contesto, con le persone specifiche, uomini o donne dotati di cuore, cervello, passioni, dignità.
Provo a riportarne tre, sperando di essere chiara e non soggetta a fraintendimenti e sottolineando, ancora una volta, che si tratta di opinioni del tutto personali.
Prima riflessione: ogni individuo è una persona che merita, incondizionatamente, il mio rispetto, indipendentemente dalla sua razza, religione, provenienza socio-culturale e gusto sessuale. Se poi, a maggior ragione, questo individuo possiede e applica nel quotidiano lo stesso principio morale e antropologico del rispetto e dell'onestà, io devo garantargli il mio. Contrariamente a quanto si possa pensare, è proprio la mia fede cattolica a impormi questo rispetto. E non a caso uso la parola impormi. Spesso, utilizzando dogmi e precetti in modo del tutto personale, si ignorano quelli che ci stanno stretti, che non ci permettono di affermare il nostro pensiero e convalidare i nostri comportamenti.
Per coprire questa mancanza, si prova poi a trincerarsi dietro bandiere in cui, a caratteri cubitali, siano fissati altri principi della nostra fede, come se questo bastasse a deviare l'attenzione e ci rendesse meno colpevoli.
Provo a spiegarmi meglio.
Un cattolico che, pur provando magari a fare diversamente, non riesce in alcun modo a controllare la propria xenofobia, sceglie di pararsi dietro altri principi fondamentali come la non violenza o il rispetto per la sacralità della vita pur di giustificare, di fronte al temibile occhio sociale, il proprio desiderio di chiudere le frontiere e cacciare ogni straniero dalla propria terra. Poco importa se poi questi principi sono poco rispettati dai propri connazionali...
Nei confronti dell'amore omosessuale, l'atteggiamento si rivela molto simile: pur di non ammettere la propria incapacità di tollerare e accettare le scelte sessuali altrui, si preferisce trincerarsi dietro una bandiera in cui ci sia scritto "DIFENDIAMO LA FAMIGLIA TRADIZIONALE", come se la sua integrità fosse lesa da altre forme di amore e ignorando il fatto che, il più delle volte, la famiglia tradizionale è perfettamente in grado di distruggersi da sola.
Seconda riflessione: l'amore, quando non è oggetto di violenza e perversioni, quando non si esprime con pubblici atti osceni è una cosa splendida, un sentimento puro contro il quale nessuno dovrebbe permettersi di remare. E se questa convinzione mi appartiene  da sempre, l'aver visto l'amore che lega un mio carissimo amico al suo compagno e futuro sposo me ne ha dato conferma. Vi assicuro che quando mi ha presentato l'uomo che lo completa, che gli ha regalato finalmente serenità e stabilità, quando ci ha invitato al loro matrimonio (con un preavviso di soli due anni) ho provato un'emozione molto forte e una felicità per lui, per loro, che non so descrivervi. La sua scelta, il suo scartare il resto del mondo per accogliere nella propria vita l'unico che lo completi è, senza possibilità di repliche, amore. E vi assicuro che niente era sconveniente o inadeguato nella coppia che era seduta di fronte a noi. Niente era,  al tavolo della mia cucina, scandaloso o fuori dalle regole, niente... a parte me che li avevo invitati a prendere un caffè senza sapere che nel barattolo non ne era rimasto neanche un granellino!
La terza riflessione nasce da un tentativo di rispondere alla domanda del secolo: "Gli omosessuali possono essere genitori?".
In questo caso, come anticipavo all'inizio, entrano in gioco sia principi che per me non possono essere messi in discussione, sia principi che andrebbero valutati e riformulati in funzione di ogni situazione specifica.
Parto dal primo, che cerca di mettere insieme dogmi di fede e aspetti biologici: gli omosessuali non possono generare figli e pretendere una generatività surrogata è un contrastare e violentare il naturale corso delle cose. Mi viene difficile, se non impossibile, accettare forzature come la maternità surrogata e l'utero in affitto allo scopo di garantire alla coppia una fasulla sensazione di avere procreato. Sia chiaro che questa opinione nel mio caso si estende anche alle coppie etero che scelgano una di queste strade, e sono pienamente consapevole che mi possa venire rivolta l'obiezione che io non potrei mai capire perchè, graziata dalla vita, ho avuto in dono due splendidide creature.
Come dicevo, è una mia personalissima opinione su cui, mi si perdoni, non sono disposta a vacillare, poichè penso che distruggere un legame biologico tra un neonato e la propria madre, sia immorale e spietato; niente e nessuno potrà mai restituire al piccolo gli odori, i rumori, le percezioni tattili che lo legano solo ed esclusivamente alla propria mamma.
Inutile negare che questa deprivazione sarà sempre presente nell'animo e nella personalità del bambino, sebbene in forma nascosta e inconscia.
A questo punto, generalmente, sorge un'altra obiezione, parzialmente plausibile, che fa riferimento a tutti i bambini che perdono uno o entrambi i genitori a causa di lutti o, peggio, di abbandoni.
Ovviamente, nel caso di lutti o abbandoni, la tragica fatalità della vita, le situaizoni più  o meno disastrate o la semplice supidità umana che può portare all'abbandono di un figlio, sono, per definizione, eventi tragici e quindi non sempre prevedibili o tantomeno risolvibili senza lasciare ferite.
Ma la tragedia non può in alcun modo porsi a fondamento e giustificazione di una scelta arbitraria e diabolicamente progettata di mettere al mondo un figlio con l'intenzione premeditata di toglierlo alla propria madre naturale.
Le due cose, secondo me, non possono assolutamente essere comparate.
Questo mi porta a entrare in un altro aspetto della questione, e cioè la possibiità di garantire alle coppie omosessuali di adottare uno o più bambini.
Inizialmente la mia posizione era ferma e decisa, poichè pensavo che un bambino dovesse confrontarsi nel quotidiano con una figura femminile e una maschile, per formare la propria identità, e non solo sessuale. In linea teorica, continuo a pensare che, se la natura ha fatto questa scelta, la presenza di una mamma e di un papà rappresenti la dimensione perfetta per crescere al meglio un bambino o una bambina.
Ma sappiamo benissimo che la teoria, molto spesso, si allontana notevolmente dalla pratica, per tanti motivi. In primo luogo non è detto che una coppia etero sia in grado di assicurare stabilità psico-emotiva, adeguato supporto pedagogico, stabilità socioeconomica e ambiente culturale stimolante e produttivo. Se poi parlamo di solidità della coppia, beh, mi dispiace dirlo, ma anche in questo la storia attuale non ci dà molte garanzie. In secondo luogo, poi, chi ha detto che tutte queste cose non possano essere garantite da una coppia omosessuale?
Perchè è legittimo accettare che dei bambini crescano in famiglie inadeguate e violente, in case famiglie che, per quanto ottime e ben condotte, non sempre riescono a somigliare al ristretto e intimo focolare domestico? Perchè risulta così difficile comprendere che due persone, oneste, innamorate, moralmente ineccepibili, possano alleviare le lacune affettive di un bambino abbandonato? Perchè, infine, non esiste una legge che impedisca alle coppie etero assolutamente inadatte alla genitorialità di mettere al mondo figli infelici?
Le domande, come sempre, sono tante, non sempre possono dare delle risposte univoche e condivise da tutti, a ogni posizione corrisponderanno sempre elementi positivi e negativi.
Ma una cosa, per me, non può essere messa in discussione: l'amore, quando è sincero e puro può solo generare altro amore che gli somigli.
Perchè non permettere che venga donato a chi ne ha profondamente bisogno?

venerdì 24 febbraio 2017

Non tratteniamo le risate: noi e il nostro cabaret quotidiano

La nostra famiglia, come avrete capito, somiglia costantemente a un teatro di cabaret.
Tra i disastri compiuti dalla mamma, le furbate del papà e le trovate dei figli,  i motivi per farsi quattro risate liberatorie non mancano mai.
Tralasciando disastri e furbate, mi concentrerei sulle trovate dei figli, che passano dalla drammatizzazione spettacolare di un semplice fumetto all'elaborazione di pensieri e teorie degne di adulti maturi.
L'altra sera, a cena da mia madre per la presenza dei nostri cugini di Bologna, hanno allietato la tavola raccontando una barzelletta dopo l'altra (per almeno un'ora e mezza!) e riportando quasi fedelmente una scenetta in cui si sono esibiti da poco i nostri due futuri figliocci.
In molti casi, però, la risata nasce dal loro personalissimo utilizzo della lingua, che dà luogo a magnifici strafalcioni come a veri e propri neologismi, talmente originali da far sfigurare ogni petaloso che si rispetti.
I compiti, ovviamente, forniscono materiale preziossissimo da cui vengono fuori scene degne di uno sketch zeligiano, specialmente quando, in grammatica  italiana,  viene chiesto  di risalire da una definizione  al nome a cui si riferisce.
Ieri pomeriggio, ad esempio, il libro  chiedeva: colei che suona il violino.
Sara, spontaneamente e senza pensarci su, ha risposto violinaia, e di questa personalizzazione potremmo provare a chiedere approvazione  all'Accademia della crusca.
Sempre Sara, l'altro pomeriggio, compilava col papà un questionario somministrato in vista delle prove invalsi che dovrà sostenere quest'anno.
Ecco cosa ne è uscito fuori:
Samuele: «Luogo di nascita».
Sara: « Ospedale!».
Anche questa risposta, in effetti, non fa una piega, esattamente come l'incapacità di comprendere l'arbitrio linguistico che porta a derivare i nomi dai loro primitivi seguendo  regole sempre diverse.
La piccola donna, però, ci tiene a figurare in queste pagine come personaggio positivo, motivo per cui, mostrandosi scocciata al pensiero che io riportassi le sue cantonate, mi ha detto: «Perchè non scrivi: "Sara è intelligente!"?». A quel punto ho provato a spiegarle che dai miei racconti questo dato emerge in più di un'occasione; questo deve averla fatta ricredere leggermente poichè, mostrando un certo entusiasmo, mi ha detto: «Dai, incrociamo le dita, così vediamo se sono aumentati i like!».
Sperando che già questo contribuisca a farli aumentare, concludo questo post con una frase del maggiore su cui, di certo, dovremo tornare presto.
 Nel primo pomeriggio Samuele è andato a ritirare il kit completo per la raccolta differenziata, che inizierà da noi il prossimo 20 Marzo, finalmente.
Luca si è subito mostrato particolarmente interessato a questa novità per cui  ha cercato di capire bene funzionamento e gestione dei vari sacchi e secchi.
Mentre terminava i compiti, infatti, rivolgendo uno sguardo penetrante al kit, ha detto al papà: «Stasera dobbiamo mettere in discussione questa cosa...».
A questo punto, avete forse il coraggio di trannere le risate o di mettere in discussione la possibilità di concederci qualche, misero, like?

giovedì 23 febbraio 2017

Io, l'aspirapolvere e gli oggetti perduti

Prima che arrivi Lui, cerco di svuotare la mia anima dal senso di colpa, in modo da potergli comunicare quanto appena accaduto con un atteggiamento più sereno e frutto di una sana meditazione.
Tranquilli, niente di grave, o almeno spero...
Cinque minuti fa, stavo tentando di ridurre al minimo la polvere che, come sapete, da noi è sempre tanta da sfamare un intero villaggio, come disse un piccolo uomo di due anni, nel lontano 2010.
Tra la fretta di farlo entro l'ora di pranzo, la stanchezza della mia mezza giornata già intensa come se avessi zippato un'intera settimana, non mi sono accorta che in prossimità del tubo della sparizione, ci fosse un oggetto molto caro e utile al marito, un oggetto che riguarda la sua più grande e indiscutibile passione: la  chitarra.
Il viaggio senza ritorno infatti è toccato al suo plettro.
Ora, so benissimo che un modo ci sarebbe per riprenderlo, ma non è una cosa proprio piacevole da fare...
Come lo so?
Perchè, ovviamente, non è la prima volta che nel vortice dell'oblio riesco a far finire oggetti di vario valore. 
Succede sempre allo stesso modo: sono di fretta, adocchio uno o più oggetti sparsi sul pavimento e pur essendo perfettamente consapevole che le loro dimensioni potrebbero non salvaguardarli dal pericolosissimo tubo,  la fiducia nelle mie capacità di schivarli e la fretta  mi inducono a continuare lo stesso finchè...
Rumori metallici o simili ad un malefico "slurp" mi fanno capire: ho appena aspirato un orecchino, un foglietto in cui c'era scritto un promemoria fondamentale o, cosa ancora più grave, un minuscolo accessorio dei giochi dei miei figli, della cui assenza si accorgerebbero appena tornati, come se fossero dotati di inspiegabili poteri paranormali in grado di leggere il misfatto nei miei occhi colpevoli.
Onde evitare il tribunale inquisitorio, il più delle volte mi chino, rassegnata, alla ricerca del tesoro perduto che di solito è esageratamente piccolo e paurosamente simile ad altre diecimila cose. Aprire il sacchetto del mostro divoratore, poi, mi rende l'idea di quanto sia disgustoso quello che si accumula per casa ogni giorno, e di quanto, nell'assemblaggio coatto, la polvere e le varie ed eventuali diventino un miscuglio vomitevole in cui fare scorrere le proprie dita è un'esperienza molto forte.
Ma niente è più gratificante di riuscire nella propria impresa, niente ti fa sentire più eroica dell'aver scovato un luccichio  che non può essere il riflesso della polvere, salvo poi la delusione di scoprire che si tratta di un pezzettino di carta alluminio...
Le mie spedizioni nel tubo della scomparsa hanno concesso il ritrovamento di oggetti impensati: scarpine dei playmobil (dimensioni: circa 5mm), orecchini, spadine, costruzioni, accessori dei lego Ninjago e, udite udite, dentini da latte!
Ma chi di voi non farebbe qualsiasi cosa per cancellare il musetto triste e disperato di un cucciolo d'uomo che teme di non rivedere mai più un oggettino a cui è affezionato?
Mentre riflettete su questa domanda, io vi lascio perchè, nel frattempo, è arrivato il proprietario del plettro...

...
Comunicazione avvenuta...
Nessun problema... il plettro era rotto.
Come direbbe Sara, "fiuuu" stavolta mi sono risparmiata l'impasto malefico!

mercoledì 22 febbraio 2017

Sara e il "trolleir" per la scuola

Fonte: Librolandia

Pubblicità.
Compagni di classe.
Moda.
Tutti questi elementi stanno agendo sulla mente di mia figlia affinchè convinca noi a comprarle la struttura per trasformare il suo zaino in un trolley o, come dice lei, in un trolleir.
All'epoca dell'acquisto dello zaino, aveva già provato a convincermi, confidando sul potere persuasivo del negoziante, il quale continuava a lodare  funzionalità, leggerezza e comodità dell'ultima invenzione della scienza odierna.
Non dico che, col peso spesso impossibile degli zaini, le ruote siano in assoluto da escludere, ma provo a spiegarvi i motivi per cui, secondo me, si tratta di un oggetto scomodo.
Innanzitutto per chi, come noi, fa il tratto a piedi, il trolley oltre ad essere scomodo si rivela anche parecchio inutile, dato che nelle nostre strade la parola  "marciapiede" è a dir poco un eufemismo: in alcune zone della nostra città, non si sa come e non si sa perchè, c'è chi ha "personalizzato" il tratto di marciapiede antistante il proprio portone, creando dislivelli a volte anche molto notevoli. All'alternarsi di patchwork di marciapiedi, poi, si aggiungono   macchine o altri veicoli comodamente parcheggiati dove non dovrebbero e   buche e materiali organici di varia natura disseminati ovunque; tutto questo costringe a fare slalom tra ostacoli e a sollevare continuamente il  carrellino, cosa che ne annulla la funzione in immediato.
Per non parlare, poi, della delicatezza e la leggiadria con cui spesso molti bambini se lo trascinano dietro, sbattendolo dovunque e contro chiunque, portandosi dietro tutto quello che è stato seminato per strada (e quando dico tutto, dico tutto!), e distruggendo la parte dello zaino che dovrebbe contenere i libri!
Inoltre, anche ammesso che arrivi a scuola intatto, accade molto spesso che le aule siano collocate al primo piano, motivo per cui i bambini devono salire due rampe di scale prima di raggiungere la propria classe. Risultato: lo zaino, già pesante a causa dei libri, diventa ancora più faticoso da sollevare.
Spesso, infine, specialmente all'uscita, questi simpaticissimi aggeggi vengono trascinati a una tale rapidità da infilarsi tra le gambe di grandi e piccini, rischiando di innescare crolli a catena.
Nonostante queste e altre motivazioni, che periodicamente uso con mia figlia, lei continua nella sua missione senza mollare.
Sara, inutile negarlo, ha una determinatezza che appartiene solo a lei, perchè difficilmente si arrende quando ha un chiaro obiettivo da raggiungere. Come un esperto predatore, finge di lasciare l'oggetto della sua caccia finchè non ritiene che sia arrivato il momento opportuno per tornare alla carica.
Come vi ho detto più volte è dotata di potentissime armi di seduzione che farebbero crollare anche l'impalcatura più solida. Da sempre, oltre al magico e irresistibile labbruccio, riesce a sfoderare sguardi penetranti che danno alle sue parole il carattere di una frase non  improvvisata, ma ragionata con precisione allo scopo di giungere dritta alla meta. Anche l'intonazione che dà alla voce è sempre serissima e non ammette repliche e crescendo anche le argomentazioni che usa sono sempre più mature e pertinenti.


L'altra sera, ad esempio, ha insistito per indossare gli occhiali da sole, e a niente sono serviti i nostri tentativi di dissuaderla  argomentando l'assoluta mancanza di luce a parte quella dei lampioni.
La sua risposta, come sempre, ci ha impedito di replicare: «Voi non potete capire perchè portate tutti gli occhiali da vista. A me, col vento, entra il freddo negli occhi e mi dà molto fastidio!».
...
Ma torniamo al trolley...
Ieri, ad esempio, nel suo ennesimo tentativo di persuadermi a comprarlo, di fronte alle mie solite perplessità ha detto: «Mamma, io lo saprei usare il trolleir, molte volte aiuto i miei compagni a trascinarlo, e poi...  ho saputo maneggiare una valigia, e non dovrei riuscirci con lo zaino?».
E io, a questo punto, non posso fare a meno di chiedermi: fino a quando riuscirò a maneggiare questo mostriciattolo?